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Nessun inganno, così riconosci subito l’olio extravergine di qualità (non farti fregare dal prezzo)

Nessun inganno, così riconosci subito l'olio extravergine di qualità (non farti fregare dal prezzo) - Papil.it

L’olio extravergine d’oliva è l’unico prodotto alimentare che portiamo in tavola con la stessa reverenza di un medicinale, eppure è quello su cui subiamo i raggiri più sofisticati.

Il prezzo basso non è un campanello d’allarme, è una sirena spiegata: produrre un litro di vero succo di olive, tra raccolta, frangitura e stoccaggio, ha costi industriali che rendono certi prezzi da scaffale (sotto gli 8-9 euro al litro nel 2026) tecnicamente impossibili, a meno di non scendere a patti con la chimica o con miscele di oli di dubbia provenienza.

Il vero inganno non sta nel colore, ma nella “carta d’identità” che quasi nessuno legge correttamente. Una bottiglia trasparente, ad esempio, è il primo segnale di un produttore che non ama il suo olio: la luce è il killer numero uno dei polifenoli. Un olio di qualità deve abitare nell’oscurità di un vetro scuro o di una latta.

Un dettaglio laterale, quasi feticistico, per riconoscere un olio serio è osservare il tappo antirabbocco. Sebbene sia obbligatorio per legge nei ristoranti, la qualità del beccuccio dosatore in plastica dice molto sulla cura del brand: un produttore che investe in un sistema di chiusura che non gocciola e che sigilla ermeticamente l’ossigeno ogni volta che lo riponete, sta proteggendo il vostro investimento sensoriale.

L’intuizione della gola secca

Esiste una credenza errata, figlia di decenni di abitudine ai grassi neutri, secondo cui l’olio “buono” non debba grattare in gola. Niente di più falso. Il pizzicore è la firma biochimica dell’oleocantale, un potentissimo antinfiammatorio naturale. Se un olio è “dolce” e scivola via come acqua sul marmo, probabilmente è vecchio, raffinato o derivato da olive troppo mature che hanno perso ogni virtù terapeutica. Un olio che vi fa tossire leggermente dopo un assaggio a crudo è un olio vivo.

L’intuizione della gola secca – papil.it

Non fatevi ipnotizzare dalle diciture “spremuto a freddo”: oggi è lo standard tecnologico minimo (sotto i 27°C), non un merito speciale. Cercate invece l’anno di raccolta. L’olio non è come il vino; non invecchia, muore. Un olio di qualità deve riportare in etichetta la campagna olearia (es. 2025/2026). Se manca questa data, state acquistando un “mistero” che potrebbe essere un blend di annate diverse stoccate in silos industriali.

L’errore più comune? Usare l’olio “buono” solo a crudo e quello economico per cucinare. È una strategia fallimentare: un olio di bassa qualità degrada prima durante il riscaldamento, producendo sostanze tossiche. Investire tre euro in più sulla bottiglia significa risparmiarne dieci in salute. La qualità dell’EVO si sente nel naso prima che nel portafoglio: deve profumare di erba tagliata, di pomodoro acerbo o di carciofo, mai di burro o, peggio, di nulla.

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